L’India è controllata da poche famiglie di industriali che si sono arricchite con gli espropri, la corruzione e le privatizzazioni. Ma il capitalismo è al collasso ed è arrivato il momento per gli sfruttati di riprendersi il futuro È solo una casa o è un tempio della nuova India? Oppure è un deposito per i suoi fantasmi? Da quando in Altamount road, a Mumbai, è stata costruita Antilla, con la sua aria di mistero e quiete minacciosa, le cose sono cambiate. “Siamo arrivati”, mi dice l’amico che mi accompagna. “Inchinati al nostro nuovo sovrano”. Antilla è una residenza di proprietà dell’uomo più ricco del paese: Mukesh Ambani. Avevo letto di questa casa, la più sfarzosa mai costruita in India, con i suoi ventisette piani, tre piste di atterraggio per elicotteri, nove ascensori, giardini pensili, una sala da ballo, palestre, sei piani di parcheggi, seicento dipendenti. Ma non ero preparata per il prato verticale: una parete di erba sostenuta da un’enorme rete metallica. In alcuni punti l’erba è secca, in altri si è staccata lasciando delle zone vuote. L’irrigazione a goccia, che rappresenta bene la teoria economica del trickle-down (secondo cui i guadagni dei ricchi aiutano l’economia e quindi indirettamente anche i poveri), non ha funzionato. La teoria del gush-up (in base alla quale la concentrazione di ricchezza va a danno dei poveri) invece sì. Ecco perché in un paese di 1,2 miliardi di abitanti, le cento persone più ricche possiedono l’equivalente di un quarto del prodotto interno lordo del paese. Da queste parti (e sul New York Times) gira voce che, malgrado tanto lavoro, gli Ambani non vivano ad Antilla. Nessuno può dirlo con certezza. Si mormora che qui ci siano fantasmi e sciagure, vastu e feng shui. Forse è tutta colpa della maledizione di Karl Marx. Il capitalismo, “che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, somiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate”, diceva Marx. In India trecento milioni di persone che appartengono alla nuova classe media – la classe sociale che è stata prodotta dalle riforme del Fondo monetario internazionale – vivono fianco a fianco con gli spiriti degli inferi, i poltergeist dei fiumi morti, delle falde acquifere asciugate, delle montagne e delle foreste spoglie; i fantasmi dei 250mila contadini indebitati che si sono tolti la vita e degli ottocento milioni che sono stati espropriati per fare spazio a noi. E che sopravvivono con meno di venti rupie al giorno (trenta centesimi di euro). Mukesh Ambani, da solo, vale venti miliardi di dollari. È azionista di maggioranza della Reliance Industries Limited (Ril), un’azienda con un fatturato di 47 miliardi di dollari che produce petrolio e derivati, gas naturale e fibre di poliestere, e si occupa inoltre di vendita di alimenti freschi, istruzione superiore, ricerca biomedica e conservazione delle cellule staminali. Di recente l’azienda ha comprato il 95 per cento di Infotel, un consorzio televisivo che controlla 27 emittenti tra cui Cnn-Ibn, Ibn Live, Cnbc, Ibn Lokmat ed Etv, in quasi tutte le lingue del paese. Infotel ha il monopolio per la banda larga 4G, una rete ad alta velocità che, se funzionerà, potrebbe essere il futuro dell’informazione. Ambani ha anche una squadra di cricket. La Ril fa parte di quelle poche grandi imprese che governano l’India, insieme a Tata, Jindal, Vedanta, Mittal, Infosys, Essar e l’altra Reliance (Adag), di proprietà del fratello di Mukesh, Anil Ambani. Nella loro corsa per espandersi sono arrivate anche in Europa, in Asia centrale, in Africa e in America Latina. Gettano grandi reti, visibili e invisibili, in superficie e sotto terra. La famiglia Tata, per esempio, dirige oltre cento aziende in ottanta paesi, tra cui una delle più grandi e antiche compagnie energetiche private indiane. Possiede miniere, giacimenti di gas, industrie siderurgiche, compagnie telefoniche, tv via cavo e reti a banda larga, oltre ad amministrare intere città. I Tata producono auto e camion, sono proprietari della catena di alberghi Taj Hotel, di Jaguar, Land Rover, Daewoo, Tetley, di una casa editrice, di una catena di librerie, di una grande marca di sale iodato e del gigante della cosmetica Lakme. Il loro slogan potrebbe essere: “Non potete vivere senza di noi”. Secondo il vangelo del gush-up, più hai e più puoi avere. L’era della Privatizzazione Totale ha portato l’India in testa alle economie in crescita. Tuttavia, come in ogni colonia vecchio stile, uno dei principali prodotti d’esportazione è rappresentato dalle ricchezze minerarie. I nuovi colossi aziendali del paese – Tata, Jindal, Essar, Reliance, Sterlite – si sono fatti strada fino al rubinetto che vomita soldi dalle viscere della terra. Per gli imprenditori è un sogno: vendere quello che non hai comprato. L’altra grande fonte di ricchezza per le imprese è la speculazione sui terreni agricoli. In tutto il mondo i governi locali, deboli e corrotti, hanno aiutato gli agenti di Wall street, le grandi aziende dell’industria agroalimentare e i miliardari cinesi ad accumulare terre (e le risorse idriche di quelle terre). Le autorità indiane stanno cedendo i terreni di milioni di persone a società private, in nome “dell’interesse generale”, per creare le cosiddette zone economiche speciali, infrastrutture, dighe, autostrade, fabbriche di automobili, poli chimici e circuiti di Formula uno (il principio sacro della proprietà privata non vale mai per i poveri). Come al solito i legittimi proprietari si sentono dire che l’espropriazione di tutto quello che hanno servirà a creare lavoro. Oggi sappiamo che il rapporto tra crescita del pil e occupazione è un mito. Dopo vent’anni di “crescita” il 60 per cento dei lavoratori indiani è composto da lavoratori autonomi e il 90 per cento della popolazione attiva si guadagna da vivere nel settore informale. Dall’indipendenza fino agli anni ottanta, i movimenti popolari – dai naxaliti alla “rivoluzione totale” di Jayaprakash Narayan – si sono battuti per ottenere una riforma agraria e la ridistribuzione delle terre dai proprietari feudali ai contadini senza terra. Oggi qualunque appello alla ridistribuzione delle terre o delle ricchezze sarebbe considerato non solo antidemocratico, ma folle. Perfino i movimenti più agguerriti ormai si limitano a difendere le poche terre non ancora espropriate. I milioni di senza terra, in gran parte dalit (i fuori casta) e adivasi (le popolazioni indigene), che sono stati allontanati dai loro villaggi e oggi vivono nelle baraccopoli delle grandi città e delle megalopoli, sono scomparsi anche dai discorsi politici più radicali. Il gush-up concentra la ricchezza nelle mani di pochi. E mentre i miliardari fanno piroette sulla nostra testa, enormi quantità di denaro corrompono le istituzioni democratiche (i tribunali, il parlamento, i mezzi d’informazione), che non funzionano più come dovrebbero. E più si avvicinano le elezioni, meno siamo sicuri che la democrazia esista davvero. In India ogni nuovo scandalo per corruzione mette in ombra quello precedente. Nel 2011 è scoppiato il caso delle licenze di telefonia mobile di seconda generazione (2G). Abbiamo scoperto che qualche anno fa alcune grandi aziende hanno sottratto fondi pubblici per 40 miliardi di dollari mettendo a capo del ministero dell’informazione e della comunicazione una persona di fiducia, che ha generosamente svenduto le licenze per il 2G appaltandole illegalmente ai suoi compari. Come hanno rivelato le intercettazioni telefoniche ottenute dalla stampa, questa rapina è stata opera di una rete di industriali, ministri, giornalisti e di un presentatore televisivo. Ma le registrazioni sono solo la risonanza magnetica che ha confermato una diagnosi nota a tutti da tempo. La privatizzazione e la vendita illegale delle licenze telefoniche non comporta guerre, profughi e danni ambientali. Invece la privatizzazione delle montagne, dei fiumi e delle foreste, sì. Ma la classe media s’indigna di meno, dato che questa privatizzazione non è evidente come uno scandalo finanziario e viene fatta in nome del “progresso”. Nel 2005 i governi del Chhattisgarh, dell’Orissa e del Jharkhand hanno firmato centinaia di accordi con aziende private. Sidando perfino la logica del libero mercato, hanno ceduto risorse minerarie che valevano miliardi (bauxite, ferro e altri minerali). In cambio di royalties irrisorie, dallo 0,5 al 7 per cento. Nel 2005, pochi giorni dopo la firma di un accordo tra il governo del Chhattisgarh e la Tata Steel per la costruzione di un’acciaieria nel distretto di Bastar, è nata la milizia di vigilantes Salwa judum. Il governo ha detto che il gruppo paramilitare si era formato spontaneamente per contrastare la “repressione” dei guerriglieri maoisti nelle foreste. Si è scoperto, invece, che era finanziato dal governo con l’aiuto delle aziende minerarie. Anche in altri stati sono nate milizie come questa. Il primo ministro Manmohan Singh una volta ha detto che i maoisti sono la “più grave minaccia per la sicurezza del paese”. È stata una dichiarazione di guerra. Il 2 gennaio 2006 a Kalinganagar, nel vicino stato di Orissa, forse per dimostrare la serietà del governo, dieci reparti di polizia hanno sparato contro un gruppo di abitanti del villaggio che protestavano davanti a un impianto della Tata Seel. Secondo i manifestanti i risarcimenti per l’esproprio delle loro terre erano inadeguati. Ci sono stati tredici morti, tra cui un poliziotto, e trentasette feriti. Da allora sono passati sei anni e la protesta non si è placata, anche se i villaggi rimangono sotto assedio. Utopia negativa Intanto in Chhattisgarh gli uomini del Salwa judum sono entrati nella foresta, incendiando tutto quello che trovavano lungo il cammino, stuprando e uccidendo. Seicento villaggi sono stati sgombrati, 50mila persone costrette a trasferirsi nei campi profughi controllati dalla polizia, 350mila persone sono state sfollate. Il governatore dello stato ha dichiarato che chi non abbandonava la foresta sarebbe stato considerato un “terrorista maoista”. Così in alcune zone dell’India arare e seminare i campi è diventata un’attività terrorista. Le atrocità commesse dal Salwa judum sono servite a rafforzare la resistenza e a ingrossare le file dell’esercito maoista. Nel 2009 il governo ha annunciato l’operazione Green hunt (caccia verde). Duecentomila paramilitari sono stati inviati negli stati del Chhattisgarh, dell’Orissa, del Jharkhand e del Bengala Occidentale. Dopo tre anni di “conflitto a bassa intensità”, che ha “spazzato via” i ribelli dalle foreste, il governo ha annunciato che avrebbe schierato l’esercito. In India questa non si chiama guerra. Si chiama “creare un clima favorevole agli investimenti”. Migliaia di soldati sono già pronti a intervenire. Presto saranno ultimati il quartier generale delle forze armate e le basi aeree. Uno degli eserciti più grandi del mondo sta mettendo a punto le regole di ingaggio per “difendersi” dalle persone più povere e malnutrite del pianeta. Aspettiamo solo la proclamazione dell’Armed forces special powers act (Afspa), un provvedimento che garantirà all’esercito l’impunità e la licenza di uccidere le persone “sospette”. A giudicare dalle decine di migliaia di tombe senza nome e di cremazioni anonime in Kashmir, Manipur e Nagaland, l’esercito indiano sembra piuttosto “sospettoso”. Mentre procedono i preparativi per l’operazione militare, le foreste dell’India centrale sono sotto assedio. Gli abitanti dei villaggi hanno paura di uscire, di andare al mercato per comprare cibo e medicine. Centinaia di persone sono state incarcerate in base a leggi antidemocratiche. Le prigioni sono piene di adivasi, che spesso non capiscono perché sono finiti dentro. Qualche tempo fa Soni Sori, una maestra adivasi del distretto di Bastar, è stata arrestata e torturata dalla polizia. Per spingerla a “confessare” di essere un corriere dei maoisti, le hanno infilato dei sassi nella vagina. Soni Sori è stata ricoverata in un ospedale di Calcutta in seguito allo scalpore scatenato dalla vicenda. A una recente udienza della corte suprema, alcuni attivisti hanno mostrato ai giudici un sacchetto di plastica che conteneva i sassi usati per la tortura. L’unico risultato è che Soni Sori è rimasta in carcere mentre Ankit Garg, l’ufficiale di polizia che l’ha interrogata, ha ricevuto una medaglia al valor militare in occasione della festa della repubblica. Se sappiamo qualcosa dei progetti del governo per la trasformazione del territorio e della società in India centrale, è solo grazie alle proteste della popolazione. Infatti il governo non rilascia informazioni. Gli accordi tra le autorità e le aziende sono segreti. Alcuni giornali hanno cercato di raccontare quello che sta succedendo nella regione, ma i mezzi d’informazione indiani sono vulnerabili, perché dipendono dalle inserzioni pubblicitarie delle grandi aziende. Come se non bastasse la linea che separa il mondo dell’informazione da quello dell’industria sta diventando sempre più labile. Per esempio la Reliance Industries Limited controlla ventisette emittenti televisive. Alcuni gruppi editoriali, al contrario, controllano il mondo degli affari. Uno dei principali quotidiani della regione, Dainik Bhaskar, ha 17,5 milioni di lettori ed è diffuso in tredici stati indiani, in quattro lingue, tra cui l’hindi e l’inglese. Lo stesso gruppo editoriale è presente, con sessantanove aziende, anche nei settori minerario, immobiliare, tessile e dell’energia. Le leggi indiane permettono questo pesante conflitto d’interessi. Ci sono alcune zone del paese di cui non sappiamo nulla. Nell’Arunachal Pradesh, uno stato del nordest, poco popoloso, ma molto militarizzato, si stanno costruendo 168 grandi dighe, quasi tutte controllate da privati. Dighe simili sorgeranno anche nel Manipur e in Kashmir, e sommergeranno interi distretti. Il Manipur e il Kashmir sono militarizzati e chi protesta contro le interruzioni di energia elettrica rischia la vita. Il progetto più folle è quello di Kalpasar, nel Gujarat. Si tratta della costruzione di una diga lunga 34 chilometri, dove passerà anche una ferrovia e un’autostrada a dieci corsie, attraverso il golfo di Khambat. L’idea è di creare una riserva d’acqua dolce fermando lo sbocco al mare dei fiumi del Gujarat. Il progetto alzerebbe il livello del mare e stravolgerebbe l’ecosistema di centinaia di chilometri di coste. Già dieci anni fa era stato bocciato. Ma ora è stato rispolverato, perché permetterebbe di rifornire d’acqua la regione speciale d’investimento (Sir) di Dholera, una delle zone con maggiore difficoltà di approvvigionamento idrico dell’India e del mondo. “Regione speciale d’investimento” è un altro modo di chiamare le zone economiche speciali: un’utopia negativa industriale fatta di “zone produttive, città e megalopoli”. Dholera sarà collegata al corridoio industriale Delhi-Mumbai (Dmic), lungo 1.500 chilometri e largo trecento, con nove enormi zone industriali, una linea ferroviaria ad alta velocità, tre porti, sei aeroporti, un’autostrada a sei corsie e una centrale elettrica da quattromila megawatt. Questa speculazione nasce da un accordo tra i governi di India e Giappone, e tra i loro rispettivi partner privati, su un’idea del McKinsey global institute. Sul sito del Dmic si legge che il progetto “interesserà” circa 180 milioni di persone, ma non specifica in che modo. Si costruiranno nuove città e la popolazione della regione passerà dagli attuali 231 milioni di abitanti a 314 milioni entro il 2019. In appena sette anni. Quand’è l’ultima volta che uno stato o un dittatore ha ordinato il trasferimento di milioni di persone? Ingegneria sociale L’esercito indiano potrebbe aver bisogno di nuove reclute per non trovarsi impreparato quando gli verrà chiesto di occupare tutto il paese. In vista della spedizione nell’India centrale, per esempio, ha pubblicato la versione aggiornata della sua dottrina in materia psicologica che spiega come “trasmettere un messaggio a un gruppo preciso di destinatari, in modo che susciti i comportamenti desiderati, connessi al raggiungimento di obiettivi politici e militari nel paese”. Questo processo di “gestione delle percezioni” sarà messo in atto “usando i mezzi a disposizione”. L’esercito ha abbastanza esperienza da sapere che la sola repressione non basta per gestire un processo di ingegneria sociale vasto come quello immaginato dai leader politici indiani. La guerra contro i poveri è una cosa. Mentre con gli altri – la classe media, i colletti bianchi, gli intellettuali – bisogna “gestire la percezione”. Per questo è arrivato il momento di parlare della filantropia come politica aziendale. Ormai tutti i grandi gruppi minerari hanno investito sulla cultura. Il cinema, le mostre, l’ossessione dei festival letterari ha sostituito quella degli anni novanta per i concorsi di bellezza. La Vedanta, che in questo momento sta strappando il cuore alle terre dell’antica tribù dei dongria kondh per trovare la bauxite, sponsorizza un festival cinematografico chiamato Creating happiness, in cui gli studenti di cinema sono invitati a presentare dei film sullo sviluppo sostenibile. Lo slogan della Vedanta è Mining happiness, una miniera di felicità. Il Jindal Group pubblica una rivista di arte contemporanea e sostiene alcuni dei più noti artisti indiani. La Essar era lo sponsor principale del Think Fest, organizzato dai settimanali Tehelka e Newsweek, che prometteva “dibattiti esplosivi” con le più grandi menti del mondo, tra cui scrittori, attivisti e perfino l’architetto Frank Gehry. Tutto questo a Goa, dove attivisti e giornalisti stavano denunciando scandali legati alle miniere illegali e dove cominciava a emergere la responsabilità della Essar nella guerra a Bastar. Tata Steel e Rio Tinto (che in quanto a sordide bassezze non scherzano) erano tra i principali sponsor del festival di letteratura di Jaipur, a detta degli intenditori “l’evento letterario più bello del mondo”. Counselage, l’agenzia di comunicazione che cura il marchio Tata, ha finanziato l’ufficio stampa del festival. Molti degli scrittori più brillanti del mondo sono arrivati a Jaipur per parlare di amore, letteratura, politica e poesia sui. Alcuni hanno provato a difendere Salman Rushdie e la libertà di parola leggendo brani del suo libro proibito, I versi satanici. Su ogni immagine spiccava come una presenza benevola il logo della Tata Steel (e la frase “valori più forti dell’acciaio”). I nemici della libertà di parola erano le folle di musulmani, presunti assassini, che avrebbero potuto ferire le scolaresche presenti al festival, come ci hanno spiegato gli organizzatori. È vero, la scuola islamica Darul Uloom di Deoband ha protestato contro l’invito a Rushdie. È vero, alcuni islamisti si sono dati appuntamento al festival per manifestare. La notizia della lotta contro il fondamentalismo islamico è arrivata sui giornali di tutto il mondo, e questo è un fatto importante. Ma non si è parlato quasi per niente del ruolo degli sponsor del festival nella guerra in corso nelle foreste, dei cadaveri che si accumulano, delle prigioni che si riempiono. Come non si è parlato della legge sulla prevenzione degli atti illegali né della legge speciale sulla sicurezza pubblica del Chhattisgarh, secondo cui perfino pensare qualcosa contro il governo è un reato. Nessuno ha detto che giornalisti, studiosi e registi che lavorano su temi sgraditi al governo indiano – come il suo ruolo nel genocidio dei tamil durante la guerra in Sri Lanka o le fosse comuni scoperte di recente in Kashmir – non hanno avuto il visto per entrare in India o sono stati espulsi dal paese. Ma chi di noi scaglierà la prima pietra? Non certo io, che incasso i diritti d’autore di un importante editore. Guardiamo tutti Tata Sky, navighiamo in rete con Tata Photon, prendiamo i Tata taxi, dormiamo nei Tata hotel, sorseggiamo il nostro tè Tata in tazze di ceramica Tata girandolo con cucchiaini di acciaio Tata. Compriamo libri Tata nelle librerie Tata. Hum Tata ka namak khate hain: mangiamo perfino il sale fatto dai Tata. Siamo sotto assedio. Se la purezza morale è il criterio per scagliare una pietra, allora gli unici che possono permettersi di farlo sono quelli già ridotti in silenzio. Quelli che vivono fuori dal sistema: i fuorilegge nelle foreste o quelli che protestano ma sono ignorati dalla stampa, o gli espropriati, che passano da un tribunale all’altro per raccontare la loro storia. Il festival di Jaipur, però, ci ha regalato un momento magico. È venuta la star della tv statunitense Oprah Winfrey. E ha detto che l’India le piace tantissimo e che ci tornerà sicuramente. Ne siamo ieri. E con questo abbiamo assistito al lato farsesco della cultura. Anche se i Tata si dedicano alla filantropia da quasi un secolo, assegnando borse di studio e dirigendo alcuni ottimi ospedali e scuole, le altre grandi aziende indiane sono entrate da poco nella camera stellata, il radioso universo del governo globale gestito dalle grandi aziende multinazionali. Un governo mortale per i suoi avversari, ma così abile che non ci si accorge della sua esistenza. La maschera delle fondazioni Ad alcuni questa potrebbe sembrare una denuncia troppo severa. Ma la tradizione impone di onorare il proprio nemico, e in un certo senso questo è un riconoscimento dell’intuito, della maestria e dell’incrollabile determinazione di tutti quelli che hanno dedicato la loro vita a difendere il capitalismo. Questa storia affascinante è cominciata negli Stati Uniti nei primi anni del novecento, quando la filantropia, indossando la maschera delle fondazioni, sostituì l’attività dei missionari. Era il nuovo strumento del capitalismo (e dell’imperialismo) per spianare strade e assicurare il funzionamento del sistema. Due delle prime fondazioni furono la Carnegie corporation, creata nel 1911 da Andrew Carnegie grazie ai profitti delle sue acciaierie, e la fondazione Rockefeller, creata nel 1913 da John Davison Rockefeller, il fondatore della Standard Oil Company. Erano i Tata e gli Ambani dell’epoca. La lista delle istituzioni finanziate, sostenute e lanciate grazie a un investimento iniziale della fondazione Rockefeller comprende le Nazioni Unite, la Cia, il Council on foreign relations, il meraviglioso Museum of modern art di New York e, naturalmente, il Rockefeller center di New York (dove un irritante murales di Diego Rivera fu rimosso a martellate perché raffigurava dei dissoluti capitalisti accanto a un valoroso Lenin. Quel giorno la libertà di espressione si era assentata). Rockefeller fu il primo miliardario degli Stati Uniti ed era l’uomo più ricco del mondo. Astemio e abolizionista, era un grande sostenitore di Abraham Lincoln. Era convinto che i suoi soldi fossero un dono di Dio.

Ecco alcuni versi di una delle poesie giovanili di Pablo Neruda, La Standard Oil Company.

I suoi obesi imperatori / vivono a New York, sono mansueti / e sorridenti assassini / che comprano seta, nylon, sigari, / tirannucoli e dittatori. / Comprano paesi, villaggi, mari, / poliziotti, consigli provinciali, / remote regioni dove / i poveri guardano il loro mais / come gli avari il loro oro: / la Standard Oil li sveglia, / fa indossar loro l’uniforme, indica / chi è il fratello nemico, / e il paraguaiano fa la sua guerra / e il boliviano si fonde / con la sua mitragliatrice nella giungla. / Un presidente assassinato / per una goccia di petrolio, / un’ipoteca di milioni / di ettari, una fucilazione / rapida in una mattina / mortale di luce, pietrificata, / un nuovo campo di prigionieri / sovversivi in Patagonia, / un tradimento, una sparatoria / sotto la luna petroliata, / un abile cambio di ministri / nella capitale, un mormorio / come una marea di olio, / e poi il colpo d’artiglio, e vedrai / come brillano, sopra le nubi, / sopra i mari, nella tua casa, / le lettere della Standard Oil / illuminando i suoi dominii.

Negli Stati Uniti la nascita delle prime fondazioni finanziate dalle grandi aziende scatenò un vivace dibattito sulla loro legittimità e trasparenza. Si diceva che se le aziende avevano tutti quei soldi da spendere, avrebbero dovuto aumentare i salari dei lavoratori (all’epoca si facevano proposte del genere, perfino negli Stati Uniti). L’idea delle fondazioni, che oggi sembra banale, in realtà fu una grande trovata degli imprenditori dell’epoca. Enti legali esentati dal pagamento delle tasse, con grandi risorse, poco trasparenti e senza nessun obbligo di rendere conto delle loro attività. Quale modo migliore di far fruttare la ricchezza sotto forma di capitale politico, sociale e culturale e di trasformare i soldi in potere? Quale modo migliore per gli strozzini di usare un’infima parte dei loro guadagni per governare il mondo? In che altro modo sarebbe riuscito Bill Gates, che s’intende di computer, a suggerire politiche sull’istruzione, la salute e l’agricoltura non solo al governo statunitense, ma ai governi di tutto il mondo? Con il passare degli anni e il moltiplicarsi di alcune buone iniziative (biblioteche, campagne sanitarie), il rapporto diretto tra grandi imprese e fondazioni cominciò a indebolirsi. Alla fine sparì del tutto. Ora perfino chi si considera di sinistra non si fa scrupoli ad accettare i generosi contributi delle fondazioni. Il buon governo globale Negli anni venti il capitalismo statunitense cominciò a guardarsi intorno in cerca di materie prime e nuovi mercati oltreoceano. Le fondazioni formularono l’idea della global corporate governance (il governo globale delle multinazionali). Nel 1921 le fondazioni Rockefeller e Carnegie crearono il Council on foreign relations (Cfr), un gruppo di pressione sulla politica estera del paese più potente del mondo. In un secondo momento anche la fondazione Ford entrò nel progetto. Nel 1947 il Cfr sosteneva e collaborava strettamente con la Cia, appena nata. Fino a oggi hanno fatto parte del Cfr ventidue segretari di stato degli Stati Uniti. Nel comitato direttivo che nel 1943 istituì le Nazioni Unite c’erano cinque membri del Cfr, e il terreno di New York su cui oggi sorge la sede dell’Onu fu comprato grazie agli 8,5 milioni di dollari donati da John Davison Rockefeller. Dal 1946 tutti gli undici presidenti della Banca mondiale – tutti paladini dei poveri, a sentir loro – erano membri del Cfr (tranne George Woods, che però sedeva nel consiglio di amministrazione della fondazione Rockefeller ed era vicepresidente della Chase Manhattan Bank). Alla conferenza di Bretton Woods, i fondatori della Banca mondiale e dell’Fmi decisero che il dollaro statunitense sarebbe diventato la valuta di riserva del mondo intero, e che per aumentare la penetrazione del capitale nei mercati globali bisognava definire degli standard comuni per il commercio in un mercato aperto. Per questo investirono tanto nella promozione del buon governo, del concetto di legalità (ma a patto di poter dire la loro sulle leggi) e di lotta alla corruzione (per rendere più efficiente il sistema). Due delle organizzazioni meno trasparenti del mondo vanno in giro a pretendere trasparenza dai governi dei paesi più poveri. Dato che la Banca mondiale ha diretto le politiche economiche del terzo mondo, costringendo un paese dopo l’altro ad aprire i propri mercati alla finanza globale, potremmo dire che la filantropia si è rivelata l’affare più lungimirante della storia. Le fondazioni aziendali amministrano, scambiano e usano il loro potere come vogliono, piazzando i loro uomini nei posti chiave attraverso una rete di circoli e think tank esclusivi, e le persone che ne fanno parte girano, entrano, escono e sono sempre le stesse. A dispetto delle teorie del complotto diffuse soprattutto in certi ambienti di sinistra, tutto questo non ha nulla di segreto, satanico o massonico. Ricorda il modo in cui le aziende usano le società di facciata e i conti offshore per trasferire e amministrare i loro soldi. Solo che qui la valuta non è il denaro, ma il potere. L’equivalente transnazionale del Council on foreign relations è la Commissione trilaterale, creata nel 1973 da David Rockefeller, dall’ex consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Zbigniew Brzezinski (membro fondatore dei mujahidin afgani, i predecessori dei taliban) e dalla Chase Manhattan Bank. Il suo obiettivo era dar vita a un rapporto di amicizia e di cooperazione tra le classi dominanti di Nordamerica, Europa e Giappone. Oggi la commissione è diventata “pentalaterale”, perché comprende rappresentanti dell’India e della Cina. L’Aspen institute è un circolo internazionale di élite locali – imprenditori, burocrati, politici – con succursali in vari paesi. Molti funzionari del McKinsey global institute, ideatore del corridoio industriale Delhi-Mumbai, fanno parte del Cfr, della Commissione trilaterale e dell’Aspen institute. La fondazione Ford è nata nel 1936, è progressista, ed è stata creata come contrappeso alla fondazione Rockefeller, che è più conservatrice. Spesso è sottovalutata, ma la fondazione Ford ha un’ideologia molto chiara e lavora a stretto contatto con il dipartimento di stato statunitense. La sua missione – rafforzare la democrazia e la governance globale – è in linea con il progetto di Bretton Woods di creare degli standard commerciali comuni e promuovere il libero mercato. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, quando i comunisti diventarono il nemico numero uno del governo statunitense, si sentì il bisogno di creare istituzioni nuove, capaci di affrontare la guerra fredda. La fondazione Ford finanziò la Rand corporation, un think tank militare che fece delle ricerche sulle armi per il ministero della difesa statunitense. Nel 1952, per contrastare “l’incessante tentativo comunista di espandersi”, la fondazione istituì il Fund for the republic, che in seguito sarebbe diventato il Center for the study of democratic institutions. La sua missione era condurre la guerra fredda in modo intelligente, senza gli eccessi del maccartismo. È attraverso questa lente che bisogna esaminare l’attività della fondazione Ford in India, dove l’istituto investe milioni di dollari per sostenere artisti, registi e attivisti e assegna generose borse di studio e finanziamenti alla ricerca. Tra gli obiettivi dichiarati dalla fondazione Ford c’è anche l’intervento nei movimenti politici di base, sia locali sia internazionali. Negli Stati Uniti la fondazione ha sborsato milioni di dollari in donazioni e prestiti per sostenere il movimento del credito cooperativo lanciato nel 1919 da Edward Filene, un proprietario di grandi magazzini. Filene voleva creare una società di consumo di massa facilitando l’accesso al credito per i lavoratori. Per l’epoca era un’idea radicale, anzi, una mezza idea radicale, perché l’altra metà del progetto di Filene prevedeva una ridistribuzione più equa del reddito. I capitalisti adottarono solo la prima metà: distribuendo ai lavoratori milioni di dollari in prestiti “agevolati”, trasformarono la classe lavoratrice statunitense in una popolazione perennemente indebitata che si affanna per mantenere il proprio stile di vita. Molti anni dopo la stessa idea ha raggiunto le zone rurali del Bangladesh, quando Mohammed Yunus e la sua Grameen bank hanno portato il microcredito ai contadini affamati, con conseguenze disastrose. I poveri del subcontinente sono da sempre indebitati, in balìa degli usurai locali, i baniya. Con l’arrivo della microfinanza anche questo è diventato un grande business. Gli istituti di microfinanza in India sono responsabili di centinaia di suicidi (duecento in Andhra Pradesh solo nel 2010). Qualche tempo fa un quotidiano ha pubblicato il biglietto scritto da una diciottenne prima di suicidarsi. Gli impiegati di un istituto di microfinanza l’avevano costretta a consegnare le sue ultime 150 rupie (la sua retta scolastica). Il biglietto diceva: “Lavorate duro e guadagnate. Non accettate prestiti”. Con la povertà si fanno un sacco di soldi, e si vince anche qualche premio Nobel. Negli anni cinquanta le fondazioni Rockefeller e Ford, che finanziavano varie ong e istituzioni scolastiche internazionali, cominciarono ad agire quasi come estensioni del governo statunitense, impegnato a rovesciare i governi democraticamente eletti in America Latina, Iran e Indonesia. In quello stesso periodo le due fondazioni fecero il loro ingresso in India, all’epoca non allineata, ma chiaramente orientata verso l’Unione Sovietica. La fondazione Ford aprì un corso di economia simile a quelli statunitensi all’università dell’Indonesia di Jakarta. Addestrati alla controinsurrezione da ufficiali dell’esercito statunitense, alcuni studenti dell’élite indonesiana ebbero un ruolo determinante nel colpo di stato appoggiato dalla Cia che nel 1965 portò al potere il generale Haji Mohammad Suharto. Quest’ultimo si sarebbe sdebitato con i suoi mentori massacrando centinaia di migliaia di ribelli comunisti. Otto anni dopo un gruppo di giovani studenti cileni, passati alla storia come i Chicago boys, fu mandato negli Stati Uniti a studiare economia con Milton Friedman. Questo gruppo dell’università di Chicago (finanziata da J.D. Rockefeller) preparò il clima che portò nel 1973, con l’appoggio della Cia, al golpe contro Salvador Allende. Il generale Augusto Pinochet prese il potere e fu l’inizio di diciassette anni di squadroni della morte, desaparecidos e terrore. Il crimine di Allende era quello di essere un socialista democraticamente eletto e di aver nazionalizzato le miniere cilene. Nel 1957 la fondazione Rockefeller creò il premio Ramón Magsaysay per i leader asiatici, una specie di Nobel asiatico. Ramón Magsaysay era il presidente delle Filippine, un alleato fondamentale degli Stati Uniti nella lotta contro il comunismo nel sudest asiatico. Nel 2000 la fondazione Ford ha creato il premio Ramón Magsaysay per le leadership emergenti. In India artisti, attivisti e operatori sociali considerano il premio un riconoscimento prestigioso. È stato assegnato a M.S. Subbulakshmi, Satyajit Ray, Jaiprakash Narayan e a P. Sainath, uno dei migliori giornalisti del paese. Ma tutte queste persone hanno fatto per il premio molto più di quanto il premio non abbia fatto per loro. Ormai è diventato l’arbitro che decide se una forma di attivismo è “accettabile” o no. Tra i promotori della campagna contro la corruzione lanciata da Anna Hazare nell’estate del 2011 c’erano due vincitori del premio Magsaysay: Arvind Kejriwal e Kiran Bedi. Una delle tante ong fondate da Arvind Kejriwal è sponsorizzata dalla fondazione Ford. L’ong di Kiran Bedi riceve fondi dalla Coca-Cola e in passato ne ha ricevuti dalla Lehman Brothers. Anche se Anna Hazare si definisce un gandhiano, la legge per cui si è battuto – il Jan Lokpal bill (una legge contro la corruzione) – è antigandhiana, elitaria e pericolosa. Un’imponente campagna dei mezzi d’informazione finanziata dalle grandi aziende lo ho proclamato “voce del popolo”, ma a differenza del movimento Occupy Wall street negli Stati Uniti, il movimento di Hazare non ha mai denunciato le privatizzazioni, il potere delle multinazionali o le “riforme” economiche. I suoi principali sostenitori nel mondo dell’informazione sono anzi riusciti a spostare i riflettori dagli scandali di corruzione legati alle grandi aziende (scandali in cui erano coinvolti anche giornalisti di primo piano) e hanno usato il linciaggio pubblico dei politici per chiedere più riforme e più privatizzazioni. In un comunicato la Banca mondiale ha dichiarato che il movimento di Hazare era “in piena sintonia” con le sue politiche (nel 2008 Anna Hazare aveva ricevuto un premio della Banca mondiale per il suo impegno sociale). La diplomazia delle borse di studio Da bravi imperialisti, i filantropi volevano creare e formare una classe dirigente convinta che abbracciare il capitalismo – e quindi l’egemonia degli Stati Uniti – fosse nel loro interesse. Persone pronte a partecipare al global corporate government come in passato le élite locali avevano contribuito al colonialismo. È cominciato così l’interesse delle fondazioni per il mondo dell’istruzione e della cultura, la loro terza sfera d’influenza dopo la politica economica nazionale e quella internazionale. Hanno speso (e continuano a spendere) milioni di dollari per finanziare progetti pedagogici e istituzioni accademiche. Nel suo splendido libro Foundations and public policy: the mask of pluralism (State University of New York Press 2003), Joan Roelofs racconta come le fondazioni abbiano riformulato le scienze politiche, dando vita a nuove discipline come gli studi internazionali. I servizi di intelligence e di sicurezza statunitensi avevano formato un bacino di esperti di lingue e culture straniere da cui potevano attingere per trovare nuovi agenti. Ancora oggi la Cia e il dipartimento di stato collaborano con studenti e docenti universitari, una consuetudine che solleva dei dubbi sull’etica delle borse di studio. Ogni potere ha bisogno di raccogliere informazioni sulle persone che controlla. E poiché le proteste contro la vendita delle terre e contro le nuove politiche economiche del governo indiano stanno aumentando, le autorità hanno reagito adottando una tecnica di contenimento. Hanno lanciato un programma di schedatura biometrica della popolazione, il cosiddetto Numero unico di identificazione (Uid), forse uno dei più ambiziosi e costosi progetti di raccolta dati del mondo. Gli indiani non hanno acqua potabile, servizi sanitari, cibo e mezzi di sostentamento, però avranno la tessera elettorale e l’Uid. Il programma, diretto dall’ex amministratore delegato di Infosys, Nandan Nilekani, oltre a “fornire servizi ai poveri”, immetterà grandi quantità di soldi in un settore in difficoltà come l’informatica. Una semplice coincidenza? Secondo una stima per difetto, i fondi stanziati per l’Uid superano quelli per l’istruzione. Digitalizzare un paese con un numero così grande di persone illegittime e “illeggibili” – quasi tutti abitanti di baraccopoli, venditori ambulanti, adivasi assenti da qualunque registro catastale – significherà criminalizzare queste persone, trasformandole da irregolari in illegali. Lo scopo è crea re una versione digitale delle recinzioni delle terre comuni nell’Inghilterra del settecento, le enclosures, dando enormi poteri a uno stato di polizia sempre più rigido. All’ossessione tecnocratica di Nilekani per la raccolta dei dati corrisponde l’ossessione di Bill Gates per gli archivi digitali. Come se la fame nel mondo fosse causata dalla mancanza di dati e non dal colonialismo, dall’indebitamento e dalle politiche aziendali orientate al profitto. Le fondazioni sono i principali finanziatori nel campo delle arti e delle scienze sociali. Finanziano corsi e borse di studio in varie discipline, “cooperazione e sviluppo”, “cultural studies”, “scienze comportamentali”, “diritti umani”. Quando le università statunitensi si sono aperte agli studenti stranieri, centinaia di migliaia di giovani, figli delle élite del terzo mondo, si sono riversati nei campus. Chi non poteva permettersi di pagare le rette ha ricevuto una borsa di studio. Oggi in paesi come l’India e il Pakistan quasi tutte le famiglie della borghesia medio-alta hanno un figlio che ha studiato negli Stati Uniti. Alcuni di questi ragazzi sono diventati ottimi studiosi e docenti, ma anche capi di governo, ministri delle inanze, economisti, avvocati esperti di diritto societario, banchieri e burocrati, e hanno contribuito ad aprire le economie dei loro paesi alle multinazionali. I ricercatori con una visione dell’economia vicina a quella delle fondazioni sono stati premiati con fondi, borse di studio, assegni di ricerca e posti di lavoro. Quelli con idee diverse sono stati marginalizzati, non hanno ricevuto fondi, hanno dovuto rinunciare ai loro corsi. Un unico punto di vista è diventato dominante: una parvenza superficiale di tolleranza e multiculturalismo (che da un momento all’altro possono diventare razzismo, nazionalismo fanatico, sciovinismo etnico o islamofobia), inglobate in un’ideologia economica molto poco plurale. E questo discorso è diventato dominante al punto che l’ideologia non è stata più percepita come tale: è la posizione di default, l’atteggiamento naturale. Ha impregnato la normalità, colonizzato la quotidianità. Sfidare questa posizione è diventato un gesto assurdo o misterioso quanto sfidare la realtà. A quel punto il passaggio all’idea che “non c’è alternativa” è stato rapido. Solo oggi, grazie al movimento Occupy Wall street, un nuovo linguaggio è apparso nelle strade e nei campus statunitensi. In queste circostanze, vedere degli studenti portare striscioni con le scritte “Lotta di classe” o “Il problema non è che siete ricchi, ma che comprate il nostro governo” è già quasi una rivoluzione. Un secolo dopo la sua nascita, la filantropia delle aziende fa parte della nostra vita quotidiana come la Coca-Cola. Un settore “non proit” Oggi esistono milioni di organizzazioni non profit, molte delle quali sono legate alle grandi fondazioni da un labirinto di intrecci finanziari. Nel complesso questo settore “indipendente” vale 450 miliardi di dollari. Al vertice ci sono la fondazione Bill & Melinda Gates (21 miliardi), il Lilly endowment (16 miliardi) e la fondazione Ford (15 miliardi). Quando il Fondo monetario, mettendo in atto i suoi aggiustamenti strutturali, ha costretto i governi a tagliare la spesa pubblica per la salute, l’istruzione, l’assistenza all’infanzia e lo sviluppo, le ong si sono fatte avanti. Privatizzazione Totale vuol dire anche Ong-zzazione Totale. Con la graduale scomparsa del lavoro e dei mezzi di sostentamento, le ong sono diventate un’importante fonte di impiego, anche per chi è consapevole della loro vera natura. Certo, non tutte sono dannose. Tra i milioni di ong ce ne sono alcune che fanno progetti importanti, radicali, e sarebbe sbagliato metterle tutte sullo stesso piano. Tuttavia le fondazioni finanziate dalle aziende sono il mezzo attraverso cui la finanza globale paga il suo ingresso nei movimenti di resistenza, proprio come gli azionisti comprano le azioni di una società e poi cercano di controllarla dall’interno. Le ong sono nodi periferici di un sistema nervoso centrale, lungo il quale circola la finanza globale. Hanno il ruolo di trasmettitori, ricettori, ammortizzatori, attente a ogni impulso e a non disturbare i governi dei paesi che le ospitano. La fondazione Ford per esempio chiede alle organizzazioni che finanzia di firmare una dichiarazione in cui si impegnano a non entrare in conflitto con nessun governo. Involontariamente (a volte volontariamente) le ong servono a sorvegliare. Le loro attività alimentano gli archivi di un sistema di sorveglianza sempre più aggressivo in stati sempre più repressivi. Il colmo è che per lanciare una campagna diffamatoria contro un movimento popolare spontaneo – come il Narmada Bachao Andolan, che si batte contro la costruzione della diga di Sardar Samovar, o come le proteste contro il reattore nucleare di Koodankulam – il governo e la stampa al servizio delle grandi aziende accusano questi movimenti di essere ong “che ricevono fondi stranieri”. Ma sanno benissimo che la missione di molte ong, in particolare quelle più ricche, è di portare avanti il progetto della globalizzazione, non di ostacolarlo. Con la loro ricchezza queste ong si sono fatte largo, trasformando dei potenziali rivoluzionari in attivisti stipendiati, sostenendo artisti, intellettuali e registi e distogliendoli dal conflitto, spingendoli verso il multiculturalismo, le questioni di genere e altri temi collegati ai diritti umani. La trasformazione dell’idea di giustizia nell’industria dei diritti umani è stata un’impresa concettuale in cui le ong e le fondazioni hanno avuto un ruolo fondamentale. L’ambito ristretto dei diritti umani consente un’analisi delle atrocità in cui diventa possibile astrarsi dal contesto e biasimare entrambi le parti di un conflitto – i maoisti e il governo indiano, l’esercito israeliano e Hamas – perché violano i diritti umani. L’accaparramento delle terre da parte delle aziende minerarie o l’annessione israeliana dei territori palestinesi si riducono così a dettagli irrilevanti rispetto al discorso dominante. Non sto dicendo che i diritti umani non contano. Sono importanti, ma non sono la lente adatta per capire le grandi ingiustizie del mondo in cui viviamo. Un altro bel colpo riguarda la partecipazione delle fondazioni al movimento femminista. Oggi la maggior parte delle organizzazioni femministe indiane prende le distanze da movimenti come il Krantikari adivasi mahila sanghatan (Kams, l’associazione rivoluzionaria delle donne adivasi) e le sue novantamila iscritte, che si battono contro il patriarcato nelle loro comunità e la presenza delle miniere nella foresta del Dandakaranya. Perché l’allontanamento di migliaia di donne dalle terre che coltivano non è considerato un problema femminista? La distanza delle femministe liberal dai movimenti popolari di base antimperialisti e anticapitalisti non è dovuta ai diabolici piani delle fondazioni. La separazione è cominciata negli anni sessanta e settanta, quando questi movimenti non hanno saputo affrontare e abbracciare la rapida radicalizzazione delle femministe. Le fondazioni sono state molto abili nel riconoscere e sostenere, anche finanziariamente, l’insoddisfazione delle donne verso la violenza e il patriarcato, non solo nelle società tradizionali, ma anche tra i leader apparentemente progressisti dei movimenti di sinistra. In un paese come l’India, questa frattura si sovrapponeva a quella tra città e campagne. La maggior parte dei movimenti radicali e anticapitalisti si trovava nelle aree rurali, dove il patriarcato continuava a dominare la vita delle donne. Le femministe delle zone urbane che si unirono a questi movimenti (per esempio ai naxaliti) erano state influenzate dal movimento femminista occidentale. Molte attiviste non erano disposte ad aspettare la “rivoluzione” per mettere fine alla discriminazione che subivano ogni giorno, anche dai loro compagni. Volevano che l’uguaglianza di genere fosse un elemento prioritario e non negoziabile del processo rivoluzionario, e non solo una promessa postrivoluzionaria. Molte donne intelligenti, arrabbiate e deluse cominciarono ad allontanarsi e a cercare sostegno altrove. Ecco perché, verso la fine degli anni ottanta, quando furono aperti i mercati indiani, il movimento femminista del paese era in gran parte “ongizzato”. Molte di queste ong hanno fatto un lavoro fondamentale su temi come i diritti queer, le violenze domestiche, l’aids e i diritti delle lavoratrici del sesso. Ma le femministe non sono state in prima linea nella contestazione della nuova politica economica di New Delhi, anche se le donne ne sono le vittime principali. Usando l’arma dei finanziamenti, le fondazioni sono riuscite a circoscrivere l’ambito dell’attività politica. I regolamenti per l’assegnazione dei fondi alle ong oggi determinano se una questione è “femminile” oppure no. L’ongizzazione dei movimenti di donne ha inoltre trasformato il femminismo liberal occidentale – il “marchio” più finanziato – nell’archetipo del femminismo. Come sempre il campo di battaglia è diventato il corpo delle donne, stretto tra i due estremi che sono il Botox e il burqa (ma ci sono anche le donne doppiamente schiave, del Botox e del burqa). Quando, com’è successo di recente in Francia, si prova a vietare il burqa – invece di creare un contesto in cui le donne siano libere di scegliere cosa fare– non si sta cercando di liberare le donne, ma solo di spogliarle. Costringere una donna a togliersi il burqa è come costringerla a indossarlo. Il punto non è il burqa, il punto è la costrizione. Concepire così il genere, estrapolandolo dal contesto sociale, politico ed economico, lo trasforma in una questione d’identità, in una battaglia di manichini e vestiti. Ed è questo che ha permesso al governo statunitense di usare i gruppi femministi liberal come scudo morale dell’invasione dell’Afghanistan nel 2001. Le donne afgane erano e rimangono in una condizione terribile sotto il governo dei taliban. Ma non è certo bombardandole che si risolverà il problema. Una vecchia storia Nell’universo delle ong, che ha dato vita a un suo strano linguaggio, ogni cosa è diventata un “campo”, un tema distinto, legato a gruppi di interesse specifici. Sviluppo della leadership, diritti umani, salute, istruzione, diritti riproduttivi, aids, orfani con l’aids: ognuno deve rispettare un preciso regolamento per ricevere i suoi fondi. Il finanziamento ha frammentato la solidarietà molto più di quanto avrebbe potuto farlo la repressione. Anche la povertà, come il femminismo, è spesso inquadrata come un problema d’identità. Come se i poveri non fossero prodotti dall’ingiustizia, ma un gruppo che, semplicemente, esiste, e che a breve termine potrà essere salvato da un sistema di risarcimenti (grievance redressal, il sistema gestito dalle ong), mentre, sul lungo periodo, la sua risurrezione sarà garantita dalla globalizzazione capitalista. La povertà indiana è prima sparita, poi riapparsa nel mondo della cultura come ingrediente di un’identità esotica, raccontata da film come The millionaire. In queste storie sui poveri e sulla loro incredibile forza di volontà non ci sono cattivi, tranne qualche personaggio minore che serve a creare colore e tensione narrativa. Gli autori di queste opere sono gli equivalenti contemporanei dei primi antropologi, celebrati e ammirati perché lavoravano “sul campo” e si lanciavano in coraggiose esplorazioni dell’ignoto. È raro che i ricchi siano studiati con la stessa attenzione. Dopo aver preso il controllo dei governi, dei partiti politici, dei tribunali, dei mezzi d’informazione e dell’opinione pubblica liberal, l’establishment doveva affrontare un’ultima sfida: riuscire a gestire la minaccia del “potere popolare”. Come si trasformano dei contestatori in docili creature? Come si risucchia la rabbia delle persone per dirigerla verso strade senza uscita? Anche in questo campo le fondazioni e le organizzazioni non profit hanno illustri antenati. Pensiamo al movimento per i diritti civili dei neri negli Stati Uniti degli anni sessanta e a come le fondazioni contribuirono a disinnescare il conflitto, trasformando il Potere nero in Capitalismo nero. La fondazione Rockefeller, fedele agli ideali di J.D. Rockefeller, aveva collaborato con Martin Luther King Senior (padre di Martin Luther King Junior). L’inluenza di King, però, diminuì con l’affermarsi di organizzazioni più militanti, il Comitato di coordinamento degli studenti non violenti (Sncc) e le Pantere nere. Le fondazioni Ford e Rockefeller reagirono. Nel 1970 donarono quindici milioni a organizzazioni “moderate”, distribuendo assegni di ricerca e borse di studio, offrendo programmi di formazione per chi aveva abbandonato gli studi e capitale di avviamento per le attività gestite da neri. La repressione, le lotte interne e la trappola dei finanziamenti portarono alla graduale atrofizzazione delle organizzazioni nere più radicali. Martin Luther King Junior aveva messo in relazione capitalismo, imperialismo, razzismo e guerra nel Vietnam. Dopo che fu ucciso perino il suo ricordo diventò pericoloso, una minaccia all’ordine pubblico. Fondazioni e grandi aziende s’impegnarono per plasmare la sua eredità in un formato compatibile con le logiche di mercato. Tra i promotori del Centro Martin Luther King Junior per il cambiamento sociale non violento, lanciato con un fondo di due milioni di dollari, c’erano Ford, General Motors, Mobil, Western Electric, Procter & Gamble, Us Steel e Monsanto. Il centro gestisce la King Library e gli archivi del movimento per i diritti civili. In alcuni dei suoi progetti il centro ha “collaborato strettamente con il dipartimento della difesa statunitense, il consiglio dei cappellani militari e altri enti”. Ha cofinanziato una serie di conferenze intitolate “Il sistema di libera impresa: un agente di cambiamento sociale non violento”. Amen. L’ascesa del Potere nero negli Stati Uniti fu una fonte d’ispirazione importante per i dalit (i fuori casta), che diedero vita a un loro movimento radicale e progressista in India. Organizzazioni come le Pantere dalit erano ispirati alle Pantere nere. Anche il Potere dalit, però, seguendo un’evoluzione simile a quella del Potere nero, è stato frammentato e disinnescato. Oggi, con l’aiuto delle organizzazioni di destra indù e della fondazione Ford, ha avviato la sua trasformazione in Capitalismo dalit. Come spiegava un consigliere della camera del commercio e dell’industria dalit: “Far venire il primo ministro a un incontro di dalit non è difficile. Ma, per gli imprenditori dalit, farsi fotografare a pranzo con Tata e Godrej è il massimo, è la dimostrazione che ce l’hanno fatta”. Vista la situazione attuale in India, dire che gli imprenditori dalit non dovrebbero sedere ai tavoli che contano sarebbe discriminatorio e reazionario. Ma se questa è l’aspirazione della politica dalit, allora è davvero un peccato. Non è così che si aiuterà quel milione di dalit che per vivere raccoglie a mano gli escrementi della gente. Non è giusto criticare i giovani dalit che accettano le borse di studio della fondazione Ford. Chi altro gli ofre la possibilità di tirarsi fuori dal pozzo nero delle caste? Se le cose sono andate così, la colpa è in gran parte del movimento comunista indiano, ancora guidato dalle caste alte. Per anni ha cercato di inserire l’idea di casta nell’analisi marxista delle classi sociali. Ha fallito miseramente, sul piano teorico e pratico. La spaccatura tra la sinistra e la comunità dalit risale allo scontro tra il leader visionario dalit Bhimrao Ambedkar e il sindacalista S.A. Dange, membro fondatore del Partito comunista indiano. Per Ambedkar la prima delusione arrivò nel 1928, durante lo sciopero degli operai tessili a Mumbai. Ambedkar si rese conto che, nonostante la retorica sulla solidarietà del proletariato, il Partito comunista approvava il fatto che i dalit non fossero ammessi a lavorare nel reparto orditura (e potessero svolgere solo la mansione, meno retribuita, della filatura). Il lavoro implicava l’uso della saliva sui fili, che per le altre caste era “contagiosa”. Ambedkar capì che in una società in cui le scritture indù istituzionalizzavano l’ineguaglianza, la lotta in difesa dei “senza casta”, dei diritti civili e sociali, era troppo urgente per aspettare la rivoluzione comunista. La rottura tra il movimento di Ambedkar e la sinistra ha danneggiato entrambe le parti. La grande maggioranza della popolazione dalit, spina dorsale del proletariato indiano, ha riposto le sue speranze di liberazione e dignità nel capitalismo e in partiti come il Bahujan samaj party, che difendono un certo tipo di politica identitaria, importante ma, alla lunga, inutile. La notte del capitalismo Negli Stati Uniti, come sappiamo, le fondazioni legate alle grandi aziende hanno prodotto la cultura delle ong. In India la filantropia ha preso piede negli anni novanta. Il gruppo Tata ha donato cinquanta milioni di dollari a un’istituzione bisognosa come la Harvard business school e altri cinquanta alla Cornell university. Nandan Nilekani di Infosys e sua moglie Rohini hanno donato cinque milioni di dollari per l’avvio dell’India initiative alla Yale university. L’Harvard humanities centre si chiama Mahindra humanities centre da quando ha ricevuto la sua donazione più cospicua, dieci milioni di dollari, da Anand Mahindra della multinazionale Mahindra. In India il gruppo Jindal, presente nel settore minerario, metallurgico ed energetico, gestisce la Jindal global law school e inaugurerà a breve la Jindal school of government and public policy. La New India foundation, finanziata da Nandan Nilekani grazie ai profitti di Infosys, assegna premi e borse di ricerca agli studiosi di scienze sociali. La Sitaram Jindal foundation, sostenuta dal presidente e amministratore delegato di Jindal Aluminium, ha annunciato cinque premi annuali di dieci milioni di rupie (200mila dollari), riservati a chi si occupa di sviluppo rurale, lotta alla povertà, istruzione, ambiente e pace. L’Observer research foundation (Orf ), attualmente sostenuta da Mukesh Ambani, è un calco della fondazione Rockefeller. Tra i suoi membri e consiglieri ci sono ex agenti dei servizi segreti, analisti strategici, politici (che fingono di litigare in parlamento) e giornalisti. Gli obiettivi dell’Orf sembrano abbastanza chiari: “Creare consenso intorno alle riforme economiche”, oltre che influenzare l’opinione pubblica attraverso “la creazione di lavoro nelle zone arretrate e strategie per contrastare la minaccia delle armi nucleari, biologiche e chimiche”. All’inizio non avevo capito il senso di quest’ultimo punto. Poi ho capito, dopo aver guardato la lunga lista di partner “istituzionali”, che comprende la Raytheon e la Lockheed Martin, due dei principali fabbricanti di armi del mondo. Nel 2007 la Raytheon aveva detto di essere interessata all’India. Mi chiedo se parte del bilancio annuale della difesa indiano (32 miliardi di dollari) sarà speso per comprare armi, missili, aerei, navi e sistemi di sorveglianza prodotti dalla Raytheon e dalla Lockheed. Abbiamo bisogno di armi? O abbiamo bisogno di guerre per creare un mercato delle armi? Dopotutto le economie di Europa, Stati Uniti e Israele dipendono molto dall’industria delle armi, l’unica che non hanno esternalizzato in Cina. Nella nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, l’India è destinata a diventare l’alleata degli Stati Uniti, come il Pakistan ai tempi della guerra fredda con l’Unione Sovietica. Molti degli opinionisti e “analisti strategici” che enfatizzano le tensioni tra India e Cina sono legati in qualche modo a centri studi e fondazioni indo-statunitensi. Essere un “partner strategico” degli Stati Uniti non vuol dire che i capi di stato si scambiano telefonate cordiali. Vuol dire collaborazione (interferenza) a ogni livello. Vuol dire ospitare le forze armate statunitensi sul suolo indiano. Vuol dire condividere i servizi d’intelligence, cambiare le politiche agricole ed energetiche, aprire il settore della sanità e dell’istruzione agli investimenti internazionali. Vuol dire aprire il mercato delle vendite al dettaglio. Vuol dire un rapporto squilibrato in cui l’India è stretta in una morsa fatale, sotto la pressione di un partner che l’annienterà appena lei si rifiuterà di seguirlo. Tra i “partner istituzionali” dell’Orf troverete anche la Rand corporation, la fondazione Ford, la Banca mondiale e la Brookings institution. E troverete una fondazione tedesca, la Rosa Luxembourg Stiftung (povera Rosa, morta per la causa comunista e oggi finita su questa lista!). Anche se il capitalismo dovrebbe basarsi sulla concorrenza, chi è in cima alla catena alimentare a volte sa essere aperto e solidale. I grandi capitalisti occidentali hanno fatto affari con fascisti, socialisti e dittatori militari. Si adattano e innovano continuamente. La loro mente è rapida, astuta e incredibilmente strategica. Eppure il capitalismo sta attraversando una crisi di cui non cogliamo ancora la gravità. La borghesia “produce prima di tutto i suoi becchini”, scriveva Marx. “Il suo declino e la vittoria del proletariato sono ugualmente inevitabili”. Come aveva previsto Marx, il proletariato è sotto attacco. Fabbriche chiuse, lavori che spariscono, sindacati che si sciolgono. I proletari sono stati aizzati gli uni contro gli altri, in tutti i modi. In India abbiamo visto indù contro musulmani, indù contro cristiani, dalit contro adivasi, casta contro casta, stato contro stato. Eppure, in tutto il mondo, il proletariato sta reagendo. In Cina non si contano gli scioperi e le rivolte. In India popolazioni poverissime si sono ribellate contro alcune delle grandi aziende più ricche del pianeta. Il capitalismo è in crisi. L’effetto cascata del trickle-down non ha funzionato. Ora anche il gush-up, l’accumulazione, è in difficoltà. Il collasso finanziario internazionale si sta avvicinando. Il tasso di crescita dell’India è sceso al 6,9 per cento. Gli investitori stranieri se ne stanno andando. Le grandi multinazionali sono sedute su montagne di soldi, incerte su come investirli, incerte su come evolverà la crisi finanziaria. È una crepa importante, strutturale, nel colosso del capitale globale. I veri killer del capitalismo alla ine potrebbero essere i suoi illusi sacerdoti, che hanno trasformato l’ideologia in fede. Nonostante la loro intelligenza, sembrano non cogliere un semplice dato di fatto: il capitalismo sta distruggendo il pianeta. I due trucchi che lo hanno tirato fuori dalle crisi precedenti – la guerra e lo shopping – non funzioneranno. Rimango a lungo davanti ad Antilla mentre il sole tramonta. Mi immagino che quel palazzo affondi ventisette piani di radici sotto terra, succhiando il nutrimento, trasformandolo in fumo e oro. Perché gli Ambani hanno deciso di chiamare questo edificio Antilla? È il nome di un arcipelago di cui parla una leggenda iberica dell’ottavo secolo dopo Cristo. Quando i mori conquistarono la Spagna, sei vescovi visigoti e i loro parrocchiani fuggirono in nave. Dopo giorni, o forse mesi, sbarcarono sulle isole di Antilla, dove decisero di stabilirsi e di fondare una nuova civiltà. Bruciarono le navi per tagliare ogni legame con la loro patria, ormai in mano ai barbari. Forse chiamando la loro casa Antilla, gli Ambani sperano di tagliare ogni legame con la povertà e la miseria della loro patria e di fondare una nuova civiltà. È una secessione delle classi medie e dominanti verso lo spazio cosmico? Mentre la notte cala su Mumbai, alcune guardie appaiono davanti ai cancelli di Antilla, con le loro camicie di lino impeccabili e le radiotrasmittenti crepitanti. Le luci si accendono all’improvviso, forse per scacciare i fantasmi. I vicini si lamentano perché le luci accecanti di Antilla hanno rubato la notte. Forse è ora di riprenderci la notte. (12 aprile 2012)

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