Mestre, ore 2.00 di un gelido venerdì. Temperatura -4. Fumavo l’ultima sigaretta fuori dal piccolo locale in attesa che il proprietario, mio amico, terminasse le pulizie. Mi è sempre piaciuto trattenermi fino alla chiusura dei locali, in particolare di amici; mi dà un senso di… intimità, di condivisione del “vero”, una volta spente le luci e andati via i clienti.

La serata era stata, come sempre, gradevole; un trio jazz aveva tenuto compagnia i pochi frequentatori mentre fuori nevicava. L’intimità dell’atmosfera -ci conoscevamo tutti- mi aveva fatto star bene e, di questi tempi, era già gran cosa. Non mi ero neanche più di tanto rammaricato della scarsa partecipazione di pubblico, male endemico dei luoghi che hanno una vera anima e, soprattutto, un’anima notturna.

Nel rituale dell’ultima sigaretta mi teneva compagnia una giovane donna sulla trentina, esile, dall’aspetto dolce e tranquillizzante.

“La vedi quella donna?” mi disse, indicando una macchina nera station wagon che passava dinanzi.

Annuì. In realtà non la vedevo perchè coperta dai vetri scuri, ma non mi andava di interrompere quella che mi dava tutta l’idea di essere una verità che “voleva” esser rivelata.

“Una notte, verso le tre, l’ho vista che lavava la macchina”.

“In che senso?” chiesi, incuriosito.

“Sì, una notte, verso le tre, l’ho vista in un lavaggio automatico con un lancia in mano sparare acqua bollente sulla macchina. Ci saranno stati tre o quattro gradi sotto zero…”. Tacque per un attimo per richiamare alla mente l’immagine, la sensazione provata in quel momento, poi continuò: “Che tristezza… qua sono tutti tristi”.

“Non capisco” sussurrai.

“Vedi, qua c’è chi scrive, c’è chi suona -con un cenno del capo indicò i musicisti che, nel mentre, guadagnavano l’uscita dal locale- e c’è… chi lava la macchina. Proprio così! Occorre la sofferenza per fare le cose”.

“Ti sembra gente triste questa?” domandai, facendomi scudo della mio essere “straniero”.

“Eccome” rispose con rassegnazione “e a maggior ragione con questa crisi”.

“Crisi? Questa gente mi sembra più benestante di quella dalla quale provengo io” le feci notare.

“Sì, rispetto alla gente del sud forse sì, ma prima si stava meglio”.

“In che senso?”.

“C’erano più soldi”.

“Tu che lavoro fai?” le chiesi.

“L’insegnante alla scuola materna”.

“Posto pubblico” esclamai, “il tuo stipendio non è diminuito, o sbaglio?”.

“No, il mio no. Ma intorno a me ho visto ridursi i soldi”.

“Spiegami”.

“Ti faccio un esempio. Per arrivare quì, stasera, sono passata davanti all’Ospedale. Ho visto fuori il cartello messo dai lavoratori che non prendono lo stipendio da diversi mesi!. Capisci? Quando vengono toccano le cose importanti, come gli ospedali, vuol dire che la situazione è grave”.

Rimasi attonito.

“Posso farti un altro esempio, se vuoi. Prendi da noi a scuola. Sai che per i bambini problematici è previsto l’insegnante di sostengo. Per mancanza di soldi, devi sapere  che a non tutti i bambini bisognosi viene certificata la necessità dell’insegnante. In genere solo 3 o 4 su dieci lo hanno. Degli altri finiamo per farci carico noi insegnanti a rischio di perdere il controllo dei bambini cosiddetti normali. Sempre per mancanza di soldi gli insegnanti di sostegno diminuiscono nel tempo così come le cooperative che manda il Comune, mentre i bambini bisognosi aumentano. E’ incredibile la crescita negli anni di questo fenomeno: figli di tossicodipendenti o di alcolisti o di famiglie problematiche vengono mandati alla scuola materna senza l’adeguato sostegno di cui hanno bisogno. Non ti nascondo che molto spesso si finisce per passarli rapidamente alle elementari per spostare il problema a qualcun altro…Ti rendi conto? Ti ripeto che quando si toccano cose importanti come la salute e la scuola vuol dire che la situazione è veramente grave!”. E concluse la frase con tono molto deciso, quasi da rimprovero, come se fosse stata infastidita dal mio atteggiamento di stupore, forse interpretato come sottovalutazione del problema.

Invece era tutt’altro. Effettivamente ero stupito, non tanto per qualcosa che diceva ma per come lo diceva. “Quando si toccano cose così importanti vuol dire che la situazione è veramente grave!” Era questo il punto. Per la dolce insegnante di scuola materna di Mestre l’indicatore della crisi della nazione e del Veneto non era tanto la diminuzione del PIL (o meglio il non aumento) o la diminuzione del “core tier” delle banche o l’aumento dello “spread” tra titoli di stato italiani e tedeschi, o, ancora, l’imposizione fiscale sui “poveri” imprenditori. Per lei l’indicatore della crisi era la riduzione dello stato sociale che le si manifestava concretamente davanti agli occhi con meno soldi per dare sanità e scuola alla gente.

“Secondo te perchè non ci sono soldi per sanità e scuola?” chiesi a costo di sembrare ottuso.

“Te l’ho detto, è la crisi, non ci sono più soldi”.

“Ho capito, ma chi è che non ha più soldi? Chi è che dovrebbe spendere i soldi per sanità e scuola?”.

“Lo Stato, no?”.

“Quindi la crisi è determinata dal fatto che lo Stato non spende o meglio spende di meno per dare servizi alla gente?”.

“Esatto, lo Stato spende di meno, la gente che lavorava nella scuola e nella sanità è di meno, le persone hanno meno servizi, e quelli che non lavoravano più si trovano disoccupati, non possono comprare più le cose che compravano prima, si vendono meno cose, se ne producono di meno, altre aziende chiudono, ci sono altre persone disoccupate e così via… è tutta una catena” mi spiegò dolcemente come se fossi uno dei suoi alunni.

Semplice, no? pensai tra me e me, e soprattutto ovvio!

Avrei voluto chiederle delle sue opinioni politiche ma mi trattenni allorquando mi confidò:

“io di politica non ci capisco niente, non la sopporto. Non fanno altro che urlarti addosso… non si capisce niente!”.

“A proposito…” la interruppì “ma perchè lo faceva?”.

“Cosa?” si stupì.

“La donna… la donna perchè lavava la macchina alle tre di notte con quel freddo?”.

“Boh!”

La saracinesca del locale si abbassò dietro di noi.

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