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Avverto un sottile disagio nel leggere le critiche agli esponenti del Governo e al sensazionalismo indignato conseguente la “scoperta” che le loro vite personali non corrisponderebbero a quanto da loro suggerito per il popolo.

Li si accusa, in breve, del: “fate come dico ma non fate come faccio”.

Non comprendo l’accusa, li si tratta quasi come se dovessero vergognarsi di come hanno condotto la loro vita personale e dei loro congiunti. Si badi, non comprendo l’accusa, …non il loro comportamento. E, poi, vergognarsi rispetto a cosa? A quale valore condiviso morale o etico?

L’accusarli nasconde, a mio parere, una non-comprensione di fondo di ciò che significa individualismo neoliberale, delle sue implicazioni nella visione dell’ordine e della giustizia sociale e della particolare connotazione che, in questo modello culturale, sociale ed economico, assume il senso e il concetto di partecipazione democratica.

Secondo questo modello, è perfettamente coerente che la figlia del ministro Fornero, utilizzando e massimizzando le possibilità che ha come individuo (i soldi dei genitori, i contatti dei genitori, ecc.) abbia ottenuto il risultato di cui si parla, invece, in modo sensazionalistico. Così come è coerente che il figlio del sig. Cipputi, utilizzando e massimizzando le possibilità che ha come individuo (i soldi dei genitori, i contatti sociali dei genitori…) vada a lavorare in fabbrica (piccola o al massimo medio-piccola) a 16 anni o, tutt’al più, tenti l’ascesa sociale del divenire operaio specializzato attraverso la frequentazione dell’istituto tecnico prima e l’assunzione, sempre nella fabbrica piccola o medio-piccola (casomani in altra città o regione o nazione), poi.

Così come è perfettamente coerente che Monti, Fornero ed altri ricordino ai milioni di Cipputi (che siano operai in fabbrica, o impiegati in ufficio, o “partita iva people”, o piccoli e piccolissimi imprenditori e commercianti…ovvero, detto in altri termini, tutti “operai massa”) che non è razionale (secondo il loro modello culturale e sociale) che i loro figli vadano all’Università sperando di non fare il mestiere dei padri, ma debbano, come ogni buon individualista neoliberista fa (del resto lo fanno anche loro…) “ottimizzare” le risorse di conoscenze tecniche, informative e i rapporti sociali che hanno e…sbrigarsi a produrre! Sei figlio di operai? La cosa più razionale, ovvero “fattibile”, è che tu faccia l’operaio: se c’è crisi non lo farai sotto casa tua, ma in una fabbrica più lontana con salari più bassi e orari e turni maggiori (si chiama flessibilità!). Se sei figlio di impiegati pubblici… non preoccuparti, non farai l’impiegato! Di quelli non c’è bisogno da nessuna parte. Frequenta l’istituto tecnico e vai anche tu in fabbrica, ditta o società…al limite come operaio specializzato, anche se, un giorno, starai “dietro la scrivania”. L’importante è che vi rendiate conto che è inutile andare all’Università per trovare un lavoro ben pagato e con le tutele (ovvero un lavoro normale!) perchè lavori del genere non esistono più in quantità sufficiente per reclutare anche voi. Il fatto che l’Università vi renda meno ignoranti è un dettaglio irrilevante: con la cultura non si mangia, dicono…

Allora perchè l’accusa alla Fornero? Chi accusa lo fa avendo in mente un’idea di mobilità sociale, di partecipazione democratica alle risorse e opportunità che è portato e conseguenza di un altro modello culturale e di sviluppo, non certo del modello individualista neoliberista che, con l’adozione del paradigma economico monetarista, dagli anni ’80 ha ripreso la sua inarrestabile corsa nell’occidente e di cui l’attuale compagine governativa rappresenta una coerente espressione (si badi che non si poteva dire esattamente altrettanto del precedente Governo Berlusconi…).
La promozione della mobilità sociale in direzione del miglioramento delle condizioni materiali e immateriali dell’esistenza tra la generazione dei padri e quella dei figli è del tutto irrilevante per il modello individualista neoliberista. In altre parole, questo modello assume come “dato e incontrovertibile” lo stato del sistema che, assunto come appunto come “dato”, non può essere messo in discussione. In questo senso è un modello che non presume il mutamento sociale ma solo l’adattamento: adattamento a salari sempre più bassi, orari e turnazioni maggiori, necessità di migrazione, ecc. Dato il sistema come è, viste le possibilità che il singolo individuo ha, l’obiettivo del singolo individuo o attore è solo quello di massimizzare le possibilità per ottenere un risultato fattibile a condizioni date.

Il mutamento sociale si poteva rinvenire (non con qualche sforzo!) nei modelli neokeynesiani, dimorando, invece, saldamente nei modelli di ispirazione marxista, dove il sistema, non essendo assunto come dato, era considerato il prodotto dei rapporti di forza tra le sue componenti. In questi modelli assumono quindi rilevanza le “rivendicazioni” più o meno cruente, il conflitto e la politica come luogo di mediazione del conflitto e di generazione del cambiamento del sistema. E in questi contesti assumono significato pieno i concetti di democrazia, partecipazione e diritti soggettivi (si badi non individuali!) e valori quali l’uguaglianza, la giustizia sociale, le pari opportunità, l’autodeterminazione, la tutela della salute, dell’istruzione ecc.

Perchè quindi, con un criterio di giudizio e valori frutto di altri modelli di pensiero e di altre epoche, si giudica negativamente il comportamento di chi, invece, è perfettamente coerente con il modello di cui è espressione? Smettiamola di rabbonire il popolo concedendogli il “mugugno” e illudendolo della persistenza di idee e valori democratici estranei, invece da decenni, dal sistema sociale di cui facciamo parte.

E, visto che ci troviamo, mi permetto di suggerire, dopo l’agiografia di Margareth Thatcher quella di Milton Friedman…(almeno è un “Nobel”!)

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